La Cina di Xi tra bolle industriali e guerre dei prezzi
Il "nuovo sistema nazionale" di Xi prometteva innovazione e autosufficienza, ma sta generando crisi sistemiche in ogni settore: dalle auto elettriche al fotovoltaico
La Cina di Xi Jinping vive oggi un paradosso che mette a nudo le contraddizioni del suo modello di sviluppo. Dal 2019 il Partito comunista ha lanciato il «nuovo sistema nazionale», un approccio basato su una concentrazione delle risorse per «compiere grandi imprese» e ridurre la dipendenza dall’estero. In pratica, tuttavia, l’accentramento di capitale e decisioni riduce la capacità di correggere investimenti inefficienti, trasformando molti successi di facciata in squilibri finanziari e sovraccapacità produttive. Ne derivano crisi settoriali a catena che mostrano i limiti di una strategia verticistica in un’economia che, nonostante la retorica sull’«economia di mercato socialista», opera secondo logiche puramente capitalistiche sottoposte a stretto controllo politico.
Il «nuovo sistema nazionale» si presenta come un coordinamento tra imprese statali e private in un mercato regolato: la proprietà privata non solo è tollerata, ma è perfino incentivata, purché resti subordinata agli obiettivi fissati dal Partito. Pechino non impone più direttamente ogni investimento e combina invece la «mano visibile» della direzione politica con la «mano invisibile» dei prezzi per indirizzare fondi, talenti e brevetti verso i settori giudicati strategici. Questa miscela accelera l’innovazione nelle aree prioritarie, ma al tempo stesso soffoca la concorrenza e amplifica il rischio di bolle industriali.
L'obiettivo dichiarato è quello di generare innovazioni tecnologiche ritenute fondamentali per il potere e la sicurezza nazionale, ma l'implementazione pratica di questo sistema sta mettendo a nudo conseguenze economiche devastanti che si manifestano in settori sempre più numerosi dell'economia cinese. Ho già evidenziato nei dettagli in precedenti analisi la grave crisi del debito e delle sovracapacità produttive che affligge il settore delle auto elettriche, dove giganti come BYD si trovano paradossalmente sull'orlo di una crisi profonda nonostante la leadership mondiale nelle esportazioni. Avevo in un recente post segnalato brevemente il nesso tra questa crisi e quella che sta colpendo altri settori come quello delle ferrovie ad alta velocità, anch’esse oberate da un debito astronomico e da un eccesso di costruzione di nuove linee e stazioni, e quello del fotovoltaico. Ora su quest’ultimo settore giunge un nuovo quadro estremamente allarmante tracciato da DigiTimes in occasione della SNEC Photovoltaic (PV) Power Expo svoltasi nei giorni scorsi a Shanghai.
Il sito rileva che il tasso di utilizzo degli impianti delle aziende del settore è crollato mediamente sotto il 50%, segno di una crisi di estrema gravità. E’ una conseguenza del fatto che il 31 maggio sono terminati i sussidi statali che hanno gonfiato artificialmente il settore negli anni precedenti. Ma la crisi non è di ieri. Il fotovoltaico cinese, che è responsabile da solo del 90% del mercato globale, aveva raggiunto proprio a fine maggio un punto assurdo in cui i livelli della capacità installata hanno assorbito la capacità dell’intera rete di assorbire elettricità. Ciò ha spinto le autorità a imporre divieti sulle nuove installazioni. Insomma, il settore dal 31 maggio si è praticamente fermato, con prospettive aggravate dal contesto mondiale, in cui non solo gli Usa e l’Ue impongono misure anti-dumping, ma anche mercati di prima importanza per il paese come quello del sud-est asiatico pongono limiti alle importazioni dalla Cina. Oltre metà dei produttori opera in perdita, e i livelli del passivo sono più alti della media presso le aziende leader del settore, segno di una malattia che riguarda non tanto i produttori meno attrezzati, ma che sta colpendo al cuore l’intero sistema del fotovoltaico. A maggio le gare d'appalto per l’acquisto di pannelli solari sono crollate verticalmente addirittura a meno dell’1,5% rispetto ai livelli mensili abituali. Il risultato è che sono iniziati subito i licenziamenti, che secondo gli operatori del settore all’Expo hanno già sorpassato quota 140.000. Produttori leader come Longi, Jinko Solar, JA Solar e Trina Solar hanno tagliato la loro forza lavoro del 20-50%. Non è un caso che lavoratori del fotovoltaico abbiano fatto irruzione all’Expo per protestare contro i licenziamenti.
Alla crisi di auto elettriche, alta velocità e fotovoltaico si aggiunge ora, come se non bastasse, quella dell'aviazione civile. Un’ennesima conferma, se ce ne era bisogno, di come le politiche di Pechino stiano generando sempre di più dissesti finanziari.
Le tre maggiori compagnie aeree statali cinesi, Air China, Southern Airlines e Eastern Airlines, incarnano perfettamente questa dinamica contraddittoria. Nonostante abbiano registrato aumenti significativi nel numero di passeggeri trasportati nel 2024, con incrementi rispettivi del 23,8% per Air China, del 21,6% per Eastern Airlines e del 16% per Southern Airlines, queste aziende continuano a registrare perdite enormi per il quinto anno consecutivo. Secondo i dati della Civil Aviation Administration of China, il numero totale di passeggeri aerei è cresciuto del 5,8% fino a 246,8 milioni nei primi quattro mesi del 2025, eppure questa crescita della domanda non si traduce in redditività per i vettori di bandiera.
La guerra dei prezzi che devasta il settore aereo cinese sta assumendo proporzioni sempre più preoccupanti. I biglietti interni andata e ritorno costano ora mediamente 200-300 yuan, equivalenti a appena 28-42 dollari americani, con sconti che raggiungono l'80-90% per le destinazioni remote e il 40-50% per città chiave come Pechino.
Questa spirale deflazionistica non è casuale, ma il risultato diretto delle politiche del "nuovo sistema nazionale" che impongono alle compagnie statali di operare secondo logiche che trascendono la mera redditività commerciale. Le compagnie di bandiera sono infatti costrette a servire rotte che rispondono a imperativi strategici e politici piuttosto che economici: destinazioni remote come Xinjiang e Tibet, regioni politicamente sensibili dove la presenza statale è considerata prioritaria rispetto alla sostenibilità finanziaria, e collegamenti internazionali verso paesi africani e sudamericani che supportano gli obiettivi geopolitici della Belt and Road Initiative.
Nel 2025, secondo la Civil Aviation Administration of China, 38 compagnie aeree apriranno 640 nuove rotte interne. Simultaneamente, 193 compagnie aeree locali e straniere sono state autorizzate ad aggiungere 22.946 nuovi voli passeggeri e cargo internazionali a settimana, un aumento del 33% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, coprendo 78 paesi stranieri, 57 dei quali lungo la Belt and Road. Una chiara dinamica di bolla nei numeri di espansione accompagnata da guerre dei prezzi e società in perdita, come in altri settori.
Questa dinamica economica dagli effetti distorsivi si è ulteriormente intensificata con l'accelerazione dell'integrazione dell'intelligenza artificiale nel sistema di innovazione nazionale. Nel giugno 2025, il Ministero dell'Industria e dell'Information Technology ha convocato una riunione di leadership per tradurre le direttive del 25 aprile del Politburo di Xi Jinping sull'AI in implementazione concreta, segnalando l'inizio di una nuova fase in cui lo sviluppo dell'AI verrà trattato come imperativo strategico a livello di sistema. Il ministro Li Lecheng ha esplicitamente inquadrato la sessione come risposta alle "importanti istruzioni" di Xi e ha delineato una roadmap multipla per incorporare l'AI nel sistema industriale.
Il caso di aziende come DeepSeek illustra perfettamente questa evoluzione verso un capitalismo di stato sempre più pervasivo. Durante il lancio di aprile della Legge di Promozione dell'Economia Privata, i media statali hanno indicato DeepSeek come esempio di "attori chiave innovativi" eleggibili per finanziamenti strategici e supporto politico, evidenziando l'ascesa dell'azienda come emblematica del modo in cui i campioni tecnologici privati vengano allineati alle priorità nazionali. Tuttavia, l'accesso è accompagnato da condizioni stringenti.
In base al Piano di Promozione per la Costruzione della Nazione della Proprietà Intellettuale del 2025, le aziende impegnate in progetti statali maggiori devono contribuire la loro proprietà intellettuale a pool nazionali e sottomettersi ad arbitrati centralizzati. Questo meccanismo ricorda le strategie di collettivizzazione della proprietà intellettuale e di approvvigionamento delle campagne precedenti come Made in China 2025. Per le aziende quasi-private (termine tecnico che indica, nel caso cinese, aziende private che nella sostanza operano sempre più come estensioni dello stato), il nuovo modello richiede di operare all'interno di un quadro definito dalla supervisione del Partito, da regimi di proprietà intellettuale condivisa e da allineamento politico, in cambio di accesso privilegiato a capitale, contratti e dati statali.
Questa sincronizzazione forzata tra attori privati e obiettivi statali sta creando un ecosistema sempre più asservito alla politica di grandeur dove le dinamiche economiche vengono subordinate ai maldestri tentativi di sopravvivenza del Partito. Il risultato è un sistema che, paradossalmente, mentre cerca di aumentare l'efficienza e l'innovazione attraverso la coordinazione centralizzata, genera invece inefficienze economiche di natura sistemica e allocazioni distorte delle risorse che si manifestano attraverso quella che gli analisti chiamano "involution", cioè una forma di competizione eccessiva e autodistruttiva. Esattamente come è successo o sta succedendo per auto elettriche, ferrovie e fotovoltaico.
Le conseguenze macroeconomiche di questo approccio stanno già manifestandosi in modo vistoso. I margini di profitto manifatturiero stanno crollando in tutta l'economia cinese, contribuendo a una deflazione che vede l'indice dei prezzi al consumo in territorio negativo da quattro mesi consecutivi, con una flessione dello 0,1% anno su anno a maggio. L'indice dei prezzi alla produzione è sceso del 3,3% anno su anno, evidenziando una debolezza strutturale del consumo interno che la sovrapproduzione industriale certo non compensa.
Le guerre dei prezzi nel settore automobilistico, dove la deflazione alla produzione si è approfondita, si stanno estendendo ad altri settori manifatturieri. La competizione eccessiva promossa dai sussidi governativi multipli sta erodendo i margini di profitto anche delle aziende più efficienti, creando un circolo vizioso dove gli aumenti dei volumi di produzione non si traducono in redditività sostenibile, ma in prezzi ancora più bassi e in drastico calo dei profitti, o addirittura in perdite.
Il governo cinese si trova ora in una trappola politica di sua creazione. Le autorità locali, già gravate da debiti ingenti, stanno intensificando le agevolazioni fiscali e i sussidi alle aziende nel tentativo di evitare il doppio colpo della perdita di posti di lavoro e di entrate fiscali. Per i leader del regime, l'occupazione è una questione politicamente ancora più sensibile della crescita economica. Già ci sono segnali che l'indebolimento del mercato del lavoro sta diventando un aspetto imbarazzante: una delle più grandi piattaforme di reclutamento online della Cina, Zhaopin Ltd., ha quest'anno silenziosamente smesso di fornire i dati salariali che compilava da almeno un decennio.
Questo fattore politico spiega perché il governo continua a mantenere in vita imprese inefficienti attraverso un flusso continuo di credito agevolato, creando quelle "aziende zombie" che erano state una componente significativa dei decenni di stagnazione economica del Giappone a partire dagli anni '90. Numerosissime fonti riportano che le proteste economiche si stanno moltiplicando in tutto il paese, e con la crisi immobiliare ancora pienamente in corso, il governo si troverà esposto a una pressione politica sempre più intensa per dare sostegno all'occupazione manifatturiera.
Nonostante questo, si possono osservare alcuni segnali di un rallentamento nel ritmo torrenziale dei prestiti industriali che le banche cinesi stavano erogando un paio di anni fa, suggerendo che anche il sistema finanziario statale sta iniziando a riconoscere l'insostenibilità del modello attuale. Questo rallentamento nel credito industriale potrebbe però paradossalmente aggravare la situazione, lasciando molte aziende senza il supporto finanziario necessario per competere nei mercati deflazionistici che il governo stesso ha contribuito a creare.
La Cina, nonostante i continui e massicci interventi statali destinati a coordinare e ottimizzare il sistema economico, non riesce a trovare alcun equilibrio sostenibile, ma genera invece squilibri crescenti in settori sempre più numerosi. Dal settore automobilistico a quello fotovoltaico, dalle ferrovie all'aviazione civile, fino all'emergente settore dell'intelligenza artificiale, il pattern si ripete con regolarità stupefacente: iniziali successi operativi e tecnologici seguiti da crisi finanziarie sistemiche causate dalla sovraproduzione e dalla competizione autodistruttiva incentivata dalle politiche governative stesse.
FONTI:
China's solar sector faces deepening layoffs as capacity utilization falls below 50%, DigiTimes, https://www.digitimes.com/news/a20250620PD235/china-solar-capacity-layoffs-subsidies.html
Explainer: How Xi's 'New National System' Centralizes Innovation to Counter Tech Containment, The Jamestown Foundation,
Chinese airlines in a price war race to the bottom, Asia Times, https://asiatimes.com/2025/06/chinese-state-owned-airlines-join-price-war-in-national-mission/
Beijing Accelerates State-Led AI Mobilization Under Xi's 'New National System', The Jamestown Foundation,
What Democracies Get Wrong About Chinese AI, The Diplomat, https://thediplomat.com/2025/06/what-democracies-get-wrong-about-chinese-ai/
China's industrial policy has an unprofitability problem, Asia Times, https://asiatimes.com/2025/06/chinas-industrial-policy-has-an-unprofitability-problem/#




