Hong Kong: esilio, carcere e repressione senza confini
Dalle celle di Hong Kong alle strade di Londra e Taipei, storie di attivisti, ex detenuti ed esuli che resistono mentre Pechino estende il controllo oltre i confini della città
Quando Claudia Mo ha varcato per la prima volta la soglia del carcere, nel febbraio 2021, ha avuto l’impressione di essere precipitata in un romanzo di Kafka. Ex giornalista e parlamentare dell’opposizione hongkonghese, arrestata insieme ad altri 46 attivisti democratici con l’accusa di aver organizzato delle primarie non ufficiali, Mo si è ritrovata catapultata in un universo parallelo dove il tempo scorreva secondo ritmi alieni e ogni certezza sulla realtà esterna sembrava dissolversi. Come ha raccontato in un post su Facebook dopo il rilascio nell’aprile 2025, la sua esperienza carceraria è stata “surreale, quasi kafkiana all’inizio”, ma non ha comportato “i due traumi principali della detenzione, la solitudine e la noia, grazie alle dinamiche sociali interne”. Durante i quattro anni e due mesi trascorsi dietro le sbarre, Mo ha letto oltre trecento libri, ha ripreso a studiare il francese e ha trovato nella routine carceraria una forma paradossale di protezione dal caos del mondo esterno. Solo quando le autorità le hanno concesso di vedere il padre morente, per appena dieci minuti, con le manette ai polsi e gli agenti che le impedivano di toccarlo, la durezza della punizione le si è manifestata in tutta la sua crudeltà.
La storia di Claudia Mo è emblematica della strategia repressiva che Pechino ha messo in atto a Hong Kong dopo l’insurrezione del 2019. Il caso dei 47 democratici, conclusosi con condanne che vanno dai quattro ai dieci anni di reclusione, rappresenta il più vasto processo politico nella storia recente della città. Gli imputati sono stati accusati di aver cospirato per sovvertire il potere dello stato semplicemente per aver organizzato, nel luglio 2020, delle primarie informali volte a selezionare i candidati più competitivi per le successive elezioni legislative. L’obiettivo, secondo l’accusa, era conquistare la maggioranza nel Consiglio legislativo per poi bloccare l’approvazione del bilancio governativo e costringere il capo dell’esecutivo alle dimissioni. I giudici della sicurezza nazionale hanno stabilito che questo piano avrebbe creato una “crisi costituzionale” e compromesso il funzionamento del governo. In realtà, la severità delle pene ha un altro significato. Come ha notato un osservatore locale, citato dal collettivo Lausan, il fatto che Benny Tai, tra i 47 imputati probabilmente il più moderato politicamente, abbia ricevuto la condanna più pesante dimostra che Pechino non tollera chi smaschera la finzione dello stato di diritto. Tai, professore di diritto e uno dei fondatori del movimento Occupy Central del 2014, incarnava l’idea che fosse possibile ottenere riforme attraverso la non violenza e il rispetto delle procedure legali. La sua condanna a dieci anni di carcere rappresenta un messaggio inequivocabile secondo la logica del “uccidine uno per ammonire cento”: anche il più mite degli oppositori verrà schiacciato se osa mettere in discussione la narrazione ufficiale.
Tra i condannati ci sono figure di spicco del movimento sindacale e della sinistra progressista di Hong Kong. Leung Kwok-hung, meglio conosciuto come “Long Hair”, militante marxista e uno dei più noti attivisti di sinistra della città, ha ricevuto una delle condanne più lunghe tra coloro che non erano considerati organizzatori principali delle primarie. Leung è attivo nelle lotte democratiche fin dagli anni Settanta, quando ancora Hong Kong era una colonia britannica, e ha sempre legato la rivendicazione di libertà politiche alla critica del neoliberismo e dell’imperialismo. Altri condannati sono leader sindacali come Carol Ng e Winnie Yu, che hanno mobilitato i lavoratori durante le proteste contro la legge sull’estradizione, oppure attivisti per i diritti LGBTQ+ come Jimmy Sham, che ha continuato la sua battaglia anche dal carcere, riuscendo l’anno scorso a ottenere che i tribunali riconoscessero i matrimoni omosessuali celebrati all’estero. La varietà delle provenienze politiche degli imputati riflette la trasversalità del movimento democratico di Hong Kong prima della repressione, e al tempo stesso rivela l’intento delle autorità di colpire qualsiasi forma di dissenso organizzato.
Per i più giovani tra gli arrestati, l’esperienza carceraria ha rappresentato una cesura drammatica nella vita. Molti erano adolescenti quando sono stati arrestati durante le proteste del 2019 e hanno trascorso anni cruciali per la formazione della propria identità in celle sovraffollate, lontani dalle famiglie e dagli studi. Lin Mingyi, una taiwanese che aveva sposato un hongkonghese e viveva nella città da decenni, ha visitato migliaia di volte i prigionieri politici, spendendo dieci milioni di dollari di Hong Kong dei propri risparmi per fornire assistenza materiale e consulenza legale ai detenuti e alle loro famiglie. In un’intervista al portale taiwanese TaiSounds, Lin ha raccontato di aver incontrato il prigioniero politico più giovane, un ragazzo di appena quattordici anni. “Molti di loro sanno già, mentre sono dentro, che l’unica vera libertà sarà possibile solo lasciando la città”, ha spiegato Lin, che è stata poi arrestata a sua volta nel giugno 2023 con l’accusa di aver falsificato documenti per conto di due detenuti e, dopo cinque mesi di reclusione, è stata costretta a lasciare Hong Kong in cambio della libertà.
Uscire dal carcere, per chi ha finito di scontare la pena, non significa ritrovare la libertà. La maggior parte dei rilasciati è soggetta a ordini di supervisione (libertà sotto stretta sorveglianza) che possono durare da sei mesi a due anni e che impongono vincoli stringenti. Devono risiedere a indirizzi approvati dalle autorità, possono lavorare solo in settori autorizzati, devono notificare ogni spostamento e, dal 2024, hanno bisogno di un’autorizzazione preventiva per lasciare Hong Kong. Le restrizioni si sono inasprite dopo che Chung Hon-lam, leader studentesco rilasciato alla fine del 2023, ha ottenuto il permesso di recarsi in Giappone durante il periodo di supervisione e da lì si è trasferito nel Regno Unito per chiedere asilo politico. Leon, un altro ex detenuto che oggi lavora come cuoco, ha confessato a Initium Media che molti suoi compagni di prigionia, una volta fuori, hanno ammesso di voler tornare dentro. “In carcere la vita era disciplinata, non dovevi affrontare tutte le pressioni del mondo esterno”, ha spiegato. Fuori, invece, si devono ricostruire esistenze spezzate, cercare lavoro nonostante la fedina penale sporca, riallacciare rapporti con amici e familiari che nel frattempo hanno preso strade diverse. E soprattutto si deve fare i conti con una città trasformata, dove lo spazio per il dissenso si è ristretto fino quasi a scomparire e dove molti dei loro coetanei hanno scelto di emigrare. Per chi è stato condannato, l’unica vera libertà, alla fine, sembra davvero possibile soltanto altrove.
Geografie dell’esilio
La diaspora hongkonghese che si è formata dopo il 2020 non è una comunità omogenea. Oltre 150.000 persone hanno lasciato la città dirette verso il Regno Unito grazie al visto BN(O), un programma che consente agli ex sudditi britannici e ai loro familiari di trasferirsi nell’ex “madrepatria” coloniale. Altre migliaia hanno scelto destinazioni diverse come il Canada, l’Australia o Taiwan. Nonostante abbiano percorso migliaia di chilometri per sfuggire alla repressione, molti di loro si ritrovano ancora intrappolati in una condizione di precarietà esistenziale. L’esilio non è solo una questione geografica, è una frattura identitaria che costringe a ridefinire chi si è, a quale comunità si appartiene e quale futuro sia ancora possibile immaginare. Le traiettorie individuali degli esuli riflettono le diverse possibilità e i diversi fallimenti di questo tentativo di ricostruzione.
Felix è arrivato nel Regno Unito nel 2022 con aspettative che si sono infrante rapidamente. Cresciuto in una casa popolare di Hong Kong, senza proprietà da vendere né risparmi familiari su cui contare, Felix ha trovato lavoro in un magazzino e poi in una fabbrica di salsa di soia nel sud dell’Inghilterra. Le giornate erano massacranti, il lavoro manuale pesante per il suo fisico minuto, e la solitudine opprimente. Una mattina dell’agosto 2023, mentre era al lavoro, ha pensato di farla finita. Un collega ghanese lo ha fermato all’ultimo istante. In seguito, quel collega ha cominciato a deriderlo, sospettando che fosse gay, costringendolo a guardare video pornografici e simulando atti sessuali insieme a un altro operaio, intrappolandolo tra i loro corpi massicci. Felix, che aveva immaginato il Regno Unito come un luogo di libertà e accettazione, si è scontrato con una realtà ben diversa. Nei gruppi online di hongkonghesi nel Regno Unito, ha letto commenti omofobi e lamentele contro l’eccessiva presenza di simboli arcobaleno nella città. Quando un amico lo ha criticato per la gestione delle sue finanze, dando per scontato che sua madre avesse risparmi da cui attingere, Felix ha capito che molti immigrati hongkonghesi nel Regno Unito provenivano da un ambiente privilegiato, avevano venduto case a Hong Kong e godevano di una sicurezza economica che lui non aveva mai conosciuto. Si è sentito più vicino ai colleghi africani e del sudest asiatico, immigrati come lui, poveri come lui, costretti a fare doppi turni per mandare soldi a casa. Ha cercato rifugio nelle chiese locali, ma anche lì ha incontrato ostilità e ipocrisia. Solo dopo mesi di tentativi ha trovato una comunità anglicana dove una coppia indiana gli ha detto, con semplicità, che alcuni loro amici erano gay e che per loro andava bene. Felix ha pianto ricordando quel momento in un’intervista a Initium Media. “Non sono mai stato accettato così prima. Dopo aver girato in un circolo vizioso, ho finalmente trovato un posto che mi accetta.”
Taiwan offre una dimensione diversa dell’esilio, quella della speranza democratica e della preservazione della memoria. Ah Jin, nome di battaglia scelto da un attivista radicale coinvolto nella fabbricazione di esplosivi durante le proteste del 2019, è fuggito a Taiwan nel febbraio 2020 dopo essere stato arrestato e rilasciato su cauzione. Ha trascorso cinque anni e mezzo in un limbo giuridico, con visti turistici rinnovati continuamente, finché nel marzo 2025 è diventato il primo esiliato hongkonghese a ottenere la carta d’identità taiwanese. Poche settimane dopo, Ah Jin ha partecipato come elettore alle elezioni parlamentari online organizzate dall’opposizione hongkonghese in esilio, un’iniziativa simbolica ma carica di significato. “Taiwan è un paese libero”, ha detto in un’intervista a TaiSounds. “Come si può capirlo? Dal traffico.” Stava scherzando prendendo spunto dal caos stradale taiwanese, ma il contenuto delle sue parole era serio. A Taiwan ha potuto votare, esprimere opinioni politiche, vivere una vita democratica che Hong Kong ha perso. Lin Mingyi, la taiwanese che aveva dedicato anni della sua vita a visitare i prigionieri politici hongkonghesi, è tornata a Taiwan dopo la deportazione e ha continuato la sua battaglia. Ha partecipato attivamente alla campagna per il richiamo dei legislatori del Kuomintang e del Partito Popolare di Taiwan, temendo che le dinamiche politiche taiwanesi potessero replicare quelle che hanno soffocato Hong Kong. Insieme a giovani attivisti taiwanesi e hongkonghesi, Lin ha contribuito alla creazione dell’Hong Kong Action Document Library, un archivio che raccoglie oltre dieci mila oggetti legati alle proteste sociali a Hong Kong dal 1960 a oggi Sienna Lau, direttrice della collezione, ha spiegato a Radio Free Asia che l’obiettivo è preservare una storia che rischia di essere cancellata. “Dobbiamo conoscere il nostro passato per stabilire la nostra identità. Preservare questa storia è anche combattere il tentativo del governo di cancellarla.” Taiwan non è solo un rifugio, è diventata la custode della memoria hongkonghese.
Poi ci sono coloro che rimangono bloccati, sospesi in un limbo ancora più crudele. John, un rifugiato dell’Africa orientale, è arrivato a Hong Kong nel 2012 dopo essere sfuggito a un genocidio nel suo paese natale che gli ha portato via i genitori quando aveva solo sette anni. Ha trascorso tredici anni nella città in attesa che la sua richiesta di asilo venisse approvata e che un paese terzo lo accogliesse. Nel 2024 gli Stati Uniti hanno finalmente dato il via libera. John e la sua famiglia hanno fatto i bagagli, lasciato il lavoro, ritirato i figli da scuola. Il biglietto aereo indicava partenza da Hong Kong nelle prime ore del 27 gennaio 2025, con arrivo ad Albuquerque alle 12:30 del mattino, ora locale. Trenta minuti dopo l’entrata in vigore del bando sui rifugiati firmato da Donald Trump il giorno del suo insediamento. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha chiamato John per comunicargli che il viaggio era annullato. Lui e la moglie avevano già organizzato una festa di addio con i vicini. Quando ha ricevuto la notizia, alcuni amici hanno pensato che stessero scherzando. John è rimasto a Hong Kong, costretto a firmare un nuovo contratto di affitto di due anni, a cercare di nuovo lavoro, a re-iscrivere i figli a scuola. Sua moglie è caduta in una depressione profonda. I bambini continuano a trascinare le valigie per casa chiedendo quando partiranno. “Pensavo che la mia storia di rifugiato fosse finita”, ha detto a Initium Media. “Invece tutto è cambiato di nuovo.” John rappresenta chi resta intrappolato nella città stessa da cui doveva fuggire, in un limbo che sembra non avere fine, dove la speranza viene accesa e spenta con la stessa arbitrarietà.
La lunga mano di Pechino
Le operazioni congiunte tra la polizia di Hong Kong e l’Ufficio per la salvaguardia della sicurezza nazionale del governo centrale a Pechino, annunciate il 13 giugno 2025, hanno segnato un punto di svolta nella repressione. Per la prima volta, gli agenti di sicurezza cinesi non si sono limitati a supervisionare a distanza il lavoro delle autorità locali, ma sono intervenuti direttamente, richiedendo assistenza alla polizia hongkonghese per interrogare sei persone sospettate di collusione con forze straniere. L’operazione ha comportato perquisizioni domiciliari, sequestri di documenti bancari e dispositivi elettronici, ritiro dei passaporti degli indagati. Il comunicato ufficiale ha specificato che l’Ufficio per la salvaguardia della sicurezza nazionale aveva agito in base al regolamento emanato il 13 maggio 2025, che impone a tutti i dipartimenti governativi e ai funzionari pubblici di Hong Kong di fornire “ogni assistenza, facilitazione, supporto, sostegno e protezione necessaria e ragionevole” agli agenti di sicurezza cinesi. Chi ostacola il lavoro dell’Ufficio o divulga dettagli delle indagini rischia fino a sette anni di carcere. La distinzione tra apparato di sicurezza locale e centrale è così venuta meno. L’operazione congiunta rappresenta la morte pratica del principio “un paese, due sistemi”, che teoricamente avrebbe dovuto garantire a Hong Kong un’autonomia sostanziale fino al 2047.
Le autorità hanno anche sviluppato tecniche di intimidazione più sottili, che non passano necessariamente attraverso arresti formali. Secondo quanto riportato da diverse fonti, incluso il gruppo per i diritti umani Human Rights Watch, la polizia di Hong Kong ha organizzato quello che viene chiamato in gergo “tea parties”, incontri apparentemente informali in cui gli agenti invitano cittadini a “prendere il tè” per discutere di questioni di sicurezza nazionale. L’espressione riprende un eufemismo usato in Cina continentale per indicare gli interrogatori condotti dall’Ufficio per la sicurezza nazionale. Questi incontri hanno un tono cordiale in superficie, ma il messaggio sottostante è chiaro. Dal gennaio 2025, la polizia ha interrogato i familiari di almeno cinque attivisti in esilio, perquisendo le loro abitazioni e confiscando denaro con l’accusa di violare le leggi sulla sicurezza nazionale. Nel caso di Chung Kim-wah, uno studioso ora residente nel Regno Unito, gli agenti hanno fatto irruzione negli uffici dell’Hong Kong Public Opinion Research Institute, l’istituzione con cui Chung era associato. Nel caso di Ted Hui, ex parlamentare rifugiato in Australia, la polizia ha confiscato 800.000 dollari di Hong Kong alla sua famiglia. La normalizzazione della sorveglianza passa attraverso questi gesti quotidiani di intimidazione che instillano paura senza bisogno di ricorrere sempre alla violenza aperta.
La tattica più crudele consiste nell’arrestare i familiari di chi è fuggito all’estero. Il 30 aprile 2025, la polizia ha fermato il padre e il fratello di Anna Kwok, direttrice esecutiva dell’Hong Kong Democracy Council con sede a Washington, accusandoli di aver tentato di gestire fondi e beni appartenenti a Kwok, considerata una latitante. Il padre, Kwok Yin-sang, sessantotto anni, è stato formalmente incriminato il 2 maggio con l’accusa di aver cambiato i dettagli della polizza assicurativa della figlia e di aver tentato di prelevarne il valore residuo. Rischia sette anni di carcere. Il fratello, trentacinque anni, è stato rilasciato su cauzione in attesa di ulteriori indagini. Si tratta del primo caso in cui un familiare di un attivista in esilio viene processato. Anna Kwok fa parte di un gruppo di diciannove dissidenti hongkonghesi su cui pende un mandato d’arresto internazionale e una taglia di un milione di dollari di Hong Kong, circa tre volte l’importo offerto per gli omicidi. Nel luglio 2025, le autorità hanno emesso altri mandati d’arresto contro attivisti all’estero, accusandoli di aver organizzato un referendum non autorizzato e di far parte del cosiddetto “Parlamento di Hong Kong”, un’iniziativa simbolica che promuove l’autodeterminazione della città e la stesura di una costituzione hongkonghese. Il governo britannico ha condannato duramente l’iniziativa, definendola “un ulteriore esempio di repressione transnazionale”. L’ambasciata cinese nel Regno Unito ha respinto le critiche, affermando che si trattava di “grossolana interferenza” negli affari interni della Cina e nello stato di diritto (sic) di Hong Kong.
Altri attivisti in esilio hanno subito trattamenti simili. Nathan Law, figura di spicco del movimento democratico e rifugiato nel Regno Unito dal 2021, ha visto la madre e il fratello detenuti e interrogati dalla polizia di Hong Kong nel 2023. Dopo il rilascio, il fratello è stato costretto a denunciare Nathan pubblicamente su Instagram. La famiglia sa che le autorità possono tornare in qualsiasi momento. La famiglia diventa così campo di battaglia e strumento di ricatto emotivo. Chi parte sa che chi resta può diventare ostaggio. Questo metodo trasforma ogni legame affettivo in una potenziale vulnerabilità e costringe gli attivisti all’estero a scegliere tra il silenzio e la consapevolezza di mettere in pericolo i propri cari. La pressione psicologica è devastante e spesso più efficace di una persecuzione diretta. Per chi è fuori, ogni dichiarazione pubblica, ogni intervista, ogni apparizione a un evento può tradursi in conseguenze per i familiari rimasti a Hong Kong.
Il regime ha sviluppato anche tecniche digitali per amplificare la propria capacità di intimidazione. Nell’agosto 2024, durante le rivolte anti-immigrazione scoppiate nel Regno Unito dopo l’attentato di Southport, sono apparsi sui social media oltre centocinquanta post da ventinove account diversi, distribuiti nell’arco di tre giorni, che cercavano di indirizzare l’attenzione di gruppi di estrema destra verso attivisti hongkonghesi in esilio. I messaggi erano indirizzati a figure come Tommy Robinson, leader dell’estrema destra britannica, e a Richard Tice, parlamentare del partito Reform UK. Alcuni post su Telegram erano stati pubblicati nei canali di Patriotic Alternative, un gruppo nazionalista bianco. I messaggi contenevano indirizzi di Finn Lau, Nathan Law e altre figure dell’opposizione, accompagnati da incitamenti come “Sappiamo tutti cosa fare ora, vero? Raccomando di visitare Nathan Law per primo”. Uno dei post mostrava uno screenshot di Apple Maps con il puntatore sull’indirizzo di Law. Gli account che diffondevano questi messaggi pubblicavano a orari compatibili con il fuso orario cinese, spesso tra le tre e le quattro del mattino nel Regno Unito, durante la giornata lavorativa a Pechino. Molti usavano un inglese grammaticalmente scorretto, come “HK refugees keeps coming our country”. Esperti di sicurezza informatica di Graphika, una società di analisi dei social media con sede a New York, hanno esaminato i post e rilevato somiglianze con Spamouflage Dragon, una vasta operazione di influenza online che il Microsoft Threat Analysis Center attribuisce con “alta dose di sicurezza” al ministero della Pubblica sicurezza cinese. L’obiettivo era far credere che fossero britannici autoctoni a chiamare agli attacchi contro gli hongkonghesi, sfruttando le tensioni sociali locali per alimentare violenza per procura.
Nel frattempo, a Hong Kong, la sicurezza nazionale è diventata una “cultura” pervasiva che permea ogni aspetto della burocrazia. John Lee, capo dell’esecutivo, ha dichiarato in un’intervista al Wen Wei Po pubblicata il 6 giugno 2025 che “salvaguardare la sicurezza nazionale deve diventare una cultura” e che il governo è ancora nella fase iniziale di costruzione di un’infrastruttura istituzionale adeguata. Clausole relative alla sicurezza nazionale sono state inserite in licenze per ristoranti, locali di intrattenimento, cinema, sale giochi e persino pompe funebri. L’Ufficio per l’alimentazione e l’igiene ambientale può revocare le licenze se titolari, dirigenti, dipendenti, agenti o subappaltatori compiono “atti offensivi” contro la sicurezza nazionale o l’interesse pubblico. Clausole simili sono state introdotte nelle candidature per fondi governativi destinati a progetti ambientali, nei contratti per la vendita di terreni pubblici e negli accordi di locazione a breve termine. Le scuole devono impedire l’uso improprio delle loro strutture e vietare attività che coinvolgano “propaganda politica”. I bibliotecari devono assicurarsi che le collezioni non contengano materiale che metta in pericolo la sicurezza nazionale. I censori cinematografici possono bloccare film che “oggettivamente e ragionevolmente possano essere percepiti come sostegno, promozione, glorificazione, incoraggiamento o incitamento” ad atti che costituiscono reati contro la sicurezza nazionale. Il Consiglio per lo sviluppo delle arti di Hong Kong richiede che i valutatori dei finanziamenti pubblici si impegnino a salvaguardare la sicurezza nazionale. Anche la Commissione di revisione contabile, incaricata di verificare le finanze della pubblica amministrazione, deve ora identificare lacune riguardanti la sicurezza nazionale nei dipartimenti governativi. Nel giugno 2024 è stato introdotto un nuovo codice per i funzionari pubblici che elenca sei valori fondamentali, il primo dei quali è “sostenere l’ordine costituzionale e la sicurezza nazionale”. Linee guida riservate verranno distribuite ai funzionari per “cambiare la mentalità e incorporare il concetto di sicurezza nazionale nei loro cervelli”, come ha dichiarato il segretario alla Sicurezza Chris Tang. I funzionari locali si sono trasformati in esecutori zelanti, applicando le direttive con una meticolosità che trasforma ogni atto burocratico in un potenziale test di lealtà politica. Hong Kong è diventata un laboratorio per tecniche di controllo che possono essere esportate altrove.
Vivere sotto minaccia perpetua
La dimensione psicologica della repressione è pervasiva quanto quella legale. Finn Lau, attivista che vive nel Regno Unito, è stato aggredito da tre uomini mascherati mentre camminava lungo il Tamigi nell’ovest di Londra nel 2020. L’ultima cosa che ha pensato prima di perdere i sensi è stata che stava per morire. È convinto che il regime cinese abbia avuto un ruolo nell’attacco, classificato dalla polizia come crimine d’odio. Da allora Lau cambia casa frequentemente e non sa mai se il suo indirizzo attuale verrà reso pubblico come quelli precedenti. Quando nell’agosto 2024 i post sui social media hanno diffuso i suoi indirizzi cercando di incitare l’estrema destra britannica ad attaccarlo, ha capito che la minaccia era permanente. “Sono diventato estremamente cauto per strada”, ha detto al Guardian. “Continuo a guardarmi intorno.” La paranoia diventa una forma di lucidità necessaria. Lau e Nathan Law sono stati tra gli obiettivi di un’operazione di sorveglianza sventata dalla polizia britannica nel maggio 2024. Vivere a migliaia di chilometri da Hong Kong non offre protezione reale. Il trauma si stratifica e la sequenza proteste, arresto, carcere, rilascio, esilio, persecuzione continua non si chiude mai. Fang Yihui, rilasciato dal carcere alla fine del 2021 dopo essere stato arrestato durante le proteste quando era ancora studente delle superiori, ha cominciato a soffrire di incubi ricorrenti un anno dopo il rilascio. Nei sogni veniva inseguito, e a volte riaffioravano scene delle proteste o della vita carceraria. Situazioni ordinarie possono diventare eventi scatenanti. Quando i suoi compagni di corso hanno girato una scena ambientata in carcere e hanno chiesto a Fang di stirare abiti di scena, lui si è offerto volontario perché in prigione faceva proprio quel lavoro. Solo dopo ha realizzato quanto la memoria del carcere fosse ancora viva.
Il peso delle relazioni spezzate è altrettanto devastante. Chan Chi Sum, condannato a vent’anni per cospirazione volta a incitare alla sovversione per il suo ruolo in un gruppo studentesco, è stato rilasciato e cerca di recuperare i due anni persi dietro le sbarre. Un vecchio amico che sta per entrare nella pubblica amministrazione gli ha mandato un messaggio ma non ha mai fissato un incontro. Alla fine hanno smesso di sentirsi. Alle riunioni dei compagni di scuola, Chan tace mentre gli ex compagni discutono di acquisti immobiliari e progetti di famiglia. “Loro hanno completato i loro studi e sono diventati le persone che volevano essere. Ma io non sono diventato chi volevo essere”, ha detto a Initium Media. John, il rifugiato bloccato a Hong Kong dopo la cancellazione del viaggio negli Stati Uniti, video-chiama la madre rimasta nel suo paese d’origine solo durante le festività. Comunicare con chi è rimasto indietro può metterli in pericolo. Le amicizie si spezzano, i rapporti intimi sono sottoposti a una pressione costante. Felix, il giovane gay che lavora in una fabbrica nel sud dell’Inghilterra, trova salvezza solo nella bolla che condivide con il fidanzato, conosciuto in un gruppo ambientalista. Due persone profondamente deluse dal mondo che si sostengono a vicenda. La colpa del sopravvissuto accompagna chi è fuori mentre i compagni di lotta sono ancora dentro. Ocean sente il peso di essere libero, o relativamente libero, mentre altri scontano le pene. Leon, che ha lavorato per due anni come volontario a supporto dei detenuti e delle loro famiglie, è caduto in depressione dopo aver assorbito le emozioni di centinaia di persone. Ha sviluppato anoressia e insonnia. Quando il suo migliore amico stava per essere imprigionato, Leon ha deciso di mollare. “Un giorno ero davvero esausto e ho deciso basta, lascio andare.” Anche se ha smesso, continua ad aiutare quando ex conoscenti lo cercano, incapace di staccarsi completamente.
Eppure, intrecciati al trauma, ci sono elementi di resistenza ostinata. La preservazione della memoria diventa una forma di resistenza. Sienna Lau, direttrice della collezione della Hong Kong Action Document Library che raccoglie oggetti legati alle proteste sociali dal 1960 a oggi, ha spiegato che l’obiettivo non è solo conservare oggetti, ma dimostrare come gli hongkonghesi abbiano integrato lo spirito di protesta nella vita quotidiana. “Nel 2020, probabilmente a causa del Covid e del contesto politico, quando le proteste di strada sono diminuite, molte persone hanno spostato la loro attenzione su beni di consumo. Si tratta di oggetti di natura essenzialmente quotidiana, dai biglietti di auguri per il Capodanno lunare ai mooncake per la Festa di Metà Autunno, o scontrini dei “negozi gialli” (così vengono chiamati i negozi che durante l’insurrezione del 2019 sostenevano apertamente i manifestanti) con slogan che incoraggiavano gli hongkonghesi. Gli elementi di protesta erano integrati nella vita di ogni giorno.” Lin Mingyi, dopo essere tornata a Taiwan, ha partecipato alla seconda mostra sui diritti umani di Hong Kong a Taipei, prestando lettere ricevute dai prigionieri e conducendo tour orali per raccontare la loro storia. Gli archivi non sono solo memoria passiva, sono nutrimento per azioni future. Su Linqi, presidente taiwanese dell’Hong Kong Action Document Library, ha spiegato a Radio Free Asia che preservare la storia della lotta di Hong Kong è cruciale anche per i taiwanesi, perché affrontano la stessa minaccia. “Preservare la storia della lotta di Hong Kong è in realtà molto importante per ricordare ai taiwanesi la minaccia onnipresente del regime comunista cinese e per unire la comunità taiwanese alla resistenza.”
La ricostruzione identitaria passa attraverso percorsi diversi. Leon, l’ex ingegnere diventato cuoco, ha paragonato la sua vita attuale a un percorso completamente nuovo, intrapreso dopo che la possibilità di tornare alla vita precedente è andata perduta per sempre. “ Prima volevo una vita ben pagata, il matrimonio, i figli. Ma sembrava tutto troppo ingabbiato, come se qualcuno avesse deciso per me e io stessi vivendo l’esistenza di qualcun altro. Adesso la vita da chef è precaria, forse il ristorante chiuderà, però almeno sono felice di quello che faccio. Mi piace di più la persona che sono diventato.” Choi Ho-jae studia produzione di media e cultura per fare documentari che testimonino la Hong Kong che cambia. “Posso mostrare agli altri la Hong Kong che vedo attraverso i miei occhi.” Ah Jin vende bandiere con lo slogan “Liberate Hong Kong, Revolution of Our Times” a hongkonghesi in tutto il mondo, dal Canada all’Europa, scherzando sul fatto di essere “il più grande fornitore di bandiere per l’indipendenza di Hong Kong al mondo”. Adrian ha fondato il club di badminton BJMF, acronimo cantonese di “combattere senza rimpianti”, aperto a tutte le nazionalità e orientamenti sessuali, con oltre duecento membri. Sul sito web e su Instagram ha messo il simbolo della bandiera arcobaleno senza esitazione. “Questo è un messaggio molto importante, non solo per rassicurare i partecipanti, ma anche per mostrare che non dobbiamo aver paura di dire agli altri che esistiamo.” La speranza non è ottimismo ingenuo, è pratica politica quotidiana. Ocean, ancora sotto ssorveglianza e con una causa civile da affrontare, ha trovato un equilibrio precario. “I tempi cattivi e i tempi buoni possono davvero coesistere. Mi sento abbastanza a mio agio ora. I piccoli dettagli della vita mi danno la sensazione di poter decidere cosa fare.” Fang Yihui, nel suo film di laurea, ha fatto dire al protagonista che vaga in un passaggio buio, “Non so dove sia precisamente il luogo in cui mi trovo”. Il trauma è permanente, come ha ammesso Leon. “Non riuscirai mai a liberartene per il resto della vita, è ovunque, trapela nella vita quotidiana.” Eppure si continua a camminare, a cucinare, a giocare a badminton, a fare documentari, a esistere. La resistenza non è eroica, è questo continuare nonostante tutto.




