IN MOVIMENTO - Cina: il prezzo della riproduzione sociale
Stipendi non pagati, consumi che non ripartono, nascite in calo. Il governo cinese censura chi ne parla e prova a trasformare le emozioni in merce
Alla vigilia del Capodanno cinese, l’amministrazione centrale per il cyberspazio ha lanciato una campagna speciale per “ripulire l’ambiente di rete e creare un’atmosfera festosa e armoniosa”. Gli uffici di Pechino, Shanghai, Guangdong, Sichuan e altre regioni hanno recepito le direttive, inserendo tra le aree prioritarie di intervento i contenuti che “diffondono la paura del matrimonio e della procreazione”, “alimentano l’antagonismo di genere” e “propagano posizioni estremiste contro il matrimonio e la natalità”. Le principali piattaforme hanno annunciato limitazioni, sospensioni e rimozioni di account, colpendo in particolare quei self-media che da tempo trattavano temi come i rischi economici del matrimonio e i costi di crescere un figlio. Diversi hashtag legati a queste discussioni hanno visto un calo netto di visibilità. I documenti ufficiali insistono sulla necessità di “rafforzare la responsabilità delle piattaforme” e di “costruire un ecosistema digitale positivo e sano”, collegando esplicitamente le questioni demografiche alla stabilità sociale. Il tutto avviene mentre la Cina ha registrato una tendenza alla crescita demografica negativa a partire dal 2022, con il numero di nuovi nati sceso sotto la soglia degli 8 milioni nel 2025, un dato che alimenta le preoccupazioni del governo per le conseguenze strutturali sulla forza lavoro, sul sistema pensionistico e sullo sviluppo economico di lungo periodo.
Se letta in modo superficiale, la campagna può apparire come una delle periodiche operazioni di pulizia dell’ambiente digitale cinese. Letta in profondità, però, mette in luce una contraddizione che il controllo del discorso pubblico non è in grado di risolvere. Il calo dei matrimoni e delle nascite, così come l’intensificarsi delle discussioni tra i giovani riguardo a questi temi, non sono la conseguenza di un improvviso cambiamento nella scala dei valori, bensì di trasformazioni nella struttura del costo della vita e nei rapporti di produzione. L’accelerazione dell’urbanizzazione, la finanziarizzazione del mercato immobiliare, la competizione feroce nel sistema educativo, la crescente precarizzazione del lavoro hanno reso le decisioni su matrimonio e figli calcoli guidati dall’incertezza relativa alle prospettive di reddito. La cosiddetta “paura del matrimonio” e la “resistenza alla procreazione” sono l’espressione di una pressione materiale che si esercita alla base della società, e le discussioni online sul peso economico del matrimonio e sulla fatica di crescere dei figli costituiscono il riflesso, nella sfera pubblica, di contraddizioni radicate nella struttura economica. La regolazione del discorso può comprimere le forme espressive, ma difficilmente inverte le scelte comportamentali quando la pressione dei costi reali persiste.
La risposta che il governo propone al problema dei consumi stagnanti è il cosiddetto “consumo emotivo”. Xi Jinping, nel suo articolo “Compiti prioritari nel lavoro economico attuale” pubblicato sulla rivista Qiushi poco prima del Capodanno cinese, ha posto al primo punto la necessità di “promuovere la domanda interna come motore principale, costruire un mercato interno forte e coordinare la promozione dei consumi con l’espansione degli investimenti”. I funzionari locali, incaricati di tradurre le direttive in pratica, hanno subito adottato lo slogan del consumo emotivo come strumento di propaganda. Secondo Guo Liyan, vicedirettore dell’Istituto di economia della Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme, l’”economia emotiva” è un’attività di consumo con la quale i consumatori privilegiano il rilassamento, la cura di sé, l’interazione sociale e l’espressione identitaria in relazione alla funzionalità del prodotto. Il mercato dell’economia emotiva in Cina, che comprende giocattoli di tendenza, animali domestici, prodotti per il benessere, intrattenimento culturale, compagni virtuale e prodotti antistress, ha raggiunto i 2.307 miliardi di yuan nel 2024, cifra che si stima raggiungerà i 4.500 miliardi entro il 2029. Si tratta di dati che appaiono imponenti, ma che restano una frazione modesta rispetto alla capacità produttiva complessiva dell’economia cinese, il cui solo settore del commercio al dettaglio e all’ingrosso ha generato un valore aggiunto di 14.600 miliardi di yuan nel 2025.
Il problema di fondo è che i destinatari ideali di questa strategia, i giovani lavoratori, si muovono nella direzione opposta. La tendenza dominante tra le nuove generazioni di lavoratori è quella del risparmio tenace e del taglio di ogni spesa non essenziale. I burocrati e i portavoce del mondo imprenditoriale che promuovono il consumo emotivo partono dal presupposto che le masse non abbiano ancora compreso il piacere che il denaro può comprare. La realtà è diversa, e una giovane madre lavoratrice l’ha sintetizzata con efficacia su WeChat: “Credevo che il duro lavoro venisse sempre ripagato, che se ti impegni dio non ti delude e ti dà la ricompensa che meriti. Ci sono voluti sedici anni di lavoro perché arrivassi a capire che la direzione della corrente conta più di quanto forte remi”. I sussidi statali ai consumi, ormai onnipresenti sulle principali piattaforme di e-commerce con l’etichetta “sovvenzionato dal governo”, rappresentano l’altro versante della strategia per sostenere la domanda interna. Ma anche questo strumento ha un costo fiscale crescente, in un contesto in cui il Fondo Monetario Internazionale prevede che il debito pubblico cinese supererà il 100% del PIL nel corso dell’anno.
La contraddizione che emerge da questo quadro è circolare. Un sistema economico che ha bisogno di una popolazione stabile per mantenere sia la forza lavoro, sia il sistema pensionistico e la domanda interna, scarica interamente i costi della riproduzione sociale, dalla casa all’istruzione, dalla sanità alla cura dei figli e degli anziani, sulle famiglie e sui singoli lavoratori. Quando questi costi crescono ininterrottamente mentre l’assistenza sociale resta totalmente insufficiente, i nuclei familiari diventano portatori diretti di tutti i rischi. I giovani rispondono razionalmente, riducendo i consumi, posticipando o rifiutando matrimonio e figli, risparmiando per un futuro incerto. Il governo risponde censurando il discorso e promuovendo la mercificazione delle emozioni, interventi che agiscono sulla superficie senza toccare la struttura. L’autista Lin che guida per Didi perché la sua azienda non riesce a pagarlo, gli operai di Gaoyou accampati davanti alle fabbriche per reclamare i loro salari, i giovani che “hanno imparato a non consumare per salvarsi” incarnano la stessa realtà, quella di un sistema in cui la distanza tra le cifre del PIL e le condizioni materiali della vita quotidiana continua ad allargarsi.
(sulla base di articoli pubblicati da The Way Out, Bolshevik, Sohu)


